Non bastava un Sì

Ho votato Sì. Non l’ho fatto per comodità o posizionamenti. Ho fatto la mia scelta nel merito della riforma. Non ottima, né tanto meno perfetta, ma con innovazioni capaci quantomeno di intaccare l’immobilismo e la rassegnazione che troppe volte hanno caratterizzato il dibattito nel nostro Paese. Ed oggi penso, trascorse alcune settimane dal referendum, che la vera occasione persa sia stata il non riuscire a confrontarsi sulle luci e non solo sulle ombre della proposta.

Ho votato Sì, ma senza paraocchi. L’ho fatto andando a volantinare nei mercati e parlando con le persone. Sapendo bene che le posizione del No, tranne le poche strumentali, erano legittime anche quando andavano oltre la riforma in sé.

A sinistra spesso, troppo spesso, si cade nell’errore di pensare che chi non è d’accordo con la nostra idea “voti male”, che le loro posizioni siano semplicemente sbagliate, quasi illegittime. Che chi non vota come noi difetti di intelligenza o cultura, con una presunta superiorità intellettuale e morale che preclude l’ascolto e il dialogo. E di conseguenza ogni possibile legame di rappresentanza.

Perché no? Come mai non si è imposto da subito questo interrogativo nel dibattito – sia interno che esterno – al Partito Democratico? La reazione di fronte ad un’affermazione così netta del No è stata superficiale, a volte infantile. Ha banalizzato le cause della sconfitta e i motivi di chi ha votato contro la riforma. Dalle prime ore dopo il risultato ha preso piede una tanto irrazionale, quanto pericolosa volontà di “cupio dissolvi” che, senza una vera e profonda analisi, rischia di sfociare nell’autolesionismo.

Serve una riflessione onesta, autentica: non solo sui nostri errori e sulle nostre sottovalutazioni, che ci sono state, ma anche sulle ragioni profonde di un dissenso manifestato con un voto che, in vari casi, andava oltre il merito della riforma costituzionale.

Referendum sociale. Al contrario di chi vive di piccoli tatticismi, penso che l’alta affluenza alle urne sia una buona notizia. Forse la prima vera buona notizia in campo istituzionale e politico: finalmente si è invertita drasticamente la tendenza decennale che vedeva ridursi la partecipazione ed aumentare l’astensionismo. Sempre più cittadini sceglievano di non scegliere: il 28% alle politiche 2013, il 43% alle europee 2014, il 48% alle amministrative 2016. Sintomo di una patologia pericolosa per la democrazia.

Ma, di contro, temo che con la massiccia partecipazione molti che si sono recati ai seggi non abbiano effettivamente espresso un voto solo nel merito della riforma. Gli ultimi tre grandi appuntamenti internazionali, la vittoria del leave per la Brexit, di Trump alle Presidenziali e del No al Referendum hanno un interessante parallelismo. No, non è il ruolo strategico del poco fortunato consulente Jim Messina, ma la demonizzazione delle conseguenze del voto e l’affermarsi del risultato imprevisto. Soprattutto alla luce della forte mobilitazione della classe dirigente e dei mass media nazionali ed internazionali in tutti e tre i casi. Quelli che l’opinione pubblica identifica con i cosiddetti “poteri forti”.

Il 4 dicembre non è stato un voto tecnico sulla riforma: il referendum costituzionale si è trasformato in referendum sociale. Le sirene d’allarme erano già suonate in primavera, con le elezioni amministrative. Ma purtroppo sono rimaste inascoltate. Il messaggio era forte e chiaro: arrivava da Roma e da Torino, da Napoli e dalla Liguria. Ma si è scelto di ignorarlo e si è rivelato un errore. Grande.

Oggi non va commesso lo stesso errore. Se si va ad analizzare il fronte del No si troveranno dati interessanti, che superano gli schieramenti dei partiti al voto e assumono un carattere più sociale che politico.

Periferie. Nelle grandi città e nei capoluoghi il Sì va decisamente meglio rispetto centri più piccoli e ai comuni non capoluogo. Anche all’interno delle grandi città stesse il Sì vince nei quartieri centrali e generalmente più agiati, ma perde in quelli periferici e popolosi. Questo andamento, omogeneo in tutta Italia, trasversale dal nord al sud dimostra un malessere che supera i classici confini della geografia politica ed elettorale.

Giovani. Il consenso alla riforma risulta inversamente proporzionale alla data di nascita. I giovani e gli studenti hanno votato No, con picchi anche dell’80%, mentre con il salire dell’età media aumentano i voti per il Si, fino a diventare maggioranza netta tra gli anziani e i pensionati, in cui è il Si a raccogliere il 60% delle preferenze. La scelta di voto dei giovani può facilmente essere letta non solo alla luce dei dati sulla disoccupazione giovanile (39%), ma anche di una recente analisi del Mckinsey Global Institute dal titolo “Più poveri dei propri genitori” illustra come negli ultimi una quota che va dal 70 al 97% delle famiglie italiane ha visto ridursi o non crescere il proprio reddito, andando incontro a difficoltà economiche. In particolare le famiglie più giovani o più numerose. Il domani non dà speranza, ma fa paura.

Povertà. La scelta del no è correlata anche, o forse soprattutto, al proprio benessere economico: nelle sezioni dove il reddito medio è sotto i 18.000 euro lordi annui la riforma è stata bocciata con oltre il 60%, in quelle dove sta sopra i 25.000 euro i No si sono fermati al 40,1, promuovendo la riforma. Anche la categoria di appartenenza ha inciso sul voto: tra i disoccupati il No arriva al 73 per cento, la categoria sociale che più di ogni altra ha votato contro. Ancora più degli operai (64) e, sorpresa, degli insegnanti che si sono fermati al 53% nonostante le proteste per la Buona Scuola.

Semplificando: contro la riforma, ma evidentemente non solo contro la riforma, hanno votato principalmente i giovani, le periferie e le fasce economicamente e socialmente più deboli. Quindi i soggetti le cui istanze il Partito Democratico, per la sua storia e i suoi valori, dovrebbe aspirare a tutelare e rappresentare. I più ostili alla riforma sono stati proprio quelli a cui, per naturale vocazione, dovrebbero essere rivolte le politiche e l’azione di governo del PD.

Il No degli ultimi. Sotto i nostri occhi, ma senza che ce ne accorgessimo, la povertà è diventata miseria, la vergogna è diventata rabbia. E il tutto si è trasformato in un sentimento di esclusione e malessere. La reazione al non sentirsi né rappresentanti né supportati è stata una: la voglia di punire l’unico soggetto a portata di tiro ed identificabile, ritenuto responsabile delle proprie difficoltà e sfortune, ovvero chi governa.

Reazione naturale e già sperimentata sia con la Brexit e Trump, sia con le tante amministrazioni locali nella scorsa tornata elettorale. D’altronde non è sottoposta al voto la banca che nega il mutuo per l’acquisto della casa o il prestito per la propria attività, come non è sottoposto al voto chi licenzia, chi paga in nero e non versa i contributi, chi offre uno stipendio che costringe ad indebitarsi.

L’urna utilizzata come valvola di sfogo: il voto come mezzo d’espressione del proprio malcontento, come unico modo per far sentire la propria voce. Eppure questo è stato il Governo che ha messo più risorse economiche ed ha investito più energie nella lotta alla povertà. Il problema è che parliamo di povertà, ma non riusciamo più a parlare più con chi si trova in queste condizioni.

Il cognome degli altri non serve. Ho sempre provato un interesse antropologico per chi qualificava se stesso con un cognome altrui, come fosse una categoria dello spirito: fenomeno storicamente presente nel Partito Democratico (Veltroniani, D’Alemiani, Fioroniani, Bersaniani, Franceschiniani e i loro corrispettivi locali) e che mi ha sempre ricordato i clan, o meglio le tribù rissose e in guerra tra loro.

Io, al contrario, sono sempre andato molto orgoglioso del mio cognome, evitando da sempre di aderire a pratiche feudali. Ma suo malgrado (memorabile la frase-monito di Renzi “i renziani non esistono”) nell’ultimo periodo ha raggiunto nuove vette inesplorate: non soltanto i Renziani ritengono di esistere, al contrario di quello che sostiene Renzi stesso, ma a loro volta rivendicano in ogni occasione possibile ed immaginabile una vasta gamma di sfumature interne (Renziani della prima ora, Renziani della primissima ora e così via in distinzioni sempre più residuali). Il tutto alla ricerca di una patente di purezza tanto insensata quanto inutile, poiché priva di qualunque contenuto che sia politico, valoriale o progettuale. Nella convinzione che l’appartenenza, ancor più se primordiale, basti per rivendicare un ruolo anche se privi di capacità e competenze, talento e attitudine, esperienza e percorsi.

Ma non può e non deve essere così: è proprio la mancanza di un “cursus honorum” (la sana gavetta) che porta alcuni “homines novi” (personaggi senza percorsi) ad emulare gli atteggiamenti deteriori degli invasati grillini o forzaitalioti. Ultimo esempio è l’urlare “fuori, fuori” a chi ha posizioni differenti dalle proprie, invece di cercare di convincerlo, come accade nei partiti plurali, oppure travasare bile sui sostenitori del No, invece che riflettere sulle cause della sconfitta.

Come suggerisce Barca “la brutalità del confronto interno, i toni di reciproca disistima, le tregue inter- e infra-correntizie, le meschinità che segnano la vita del partito sui territori” che hanno caratterizzato il passaggio referendario deve lasciare spazio alla “capacità di elaborazione collegiale e il filo di un confronto quotidiano con la società necessari per bloccare la propria balcanizzazione e reggere il timone del cambiamento.”

Dobbiamo superare una degenerazione che, per responsabilità di tutti, ha ridotto i militanti in tifosi, trasformato i circoli in comitati elettorali e ha diviso i dirigenti tra quelli al “servizio” o “contro” il rispettivo capo.

Un nuovo inizio. In questi giorni abbiamo assistito al paradosso di un Governo dimissionario che ottiene la fiducia in entrambe le camere su quella che è, oggettivamente, la migliore legge di Stabilità degli ultimi 10 anni (forse anche per demerito dei predecessori). Subito dopo è stato nominato, sostanzialmente se non formalmente, un Renzi-bis senza Renzi che era il vero motore trainante dell’esecutivo e il comunicatore empatico dell’azione di Governo.

Intanto, dopo mille giorni in cui il suo Segretario è stato al Governo, il Partito Democratico si avvia ad aprire una fase congressuale. Dall’ultimo congresso sono passati solo tre anni, ma per le dinamiche politiche dell’ultimo periodo valgono come un’era geologica. Finalmente il PD non è più un partito ex- o post- qualcosa, ma una realtà nuova e con l’ambizione di essere anche innovativa.

Molto dipende dal futuro percorso congressuale, deve essere un confronto di idee e non uno scontro di personalità. La posta in gioco è alta: o si riuscirà ad intercettare le domande e a risolvere i problemi delle persone oppure, come profetizza Barca, “le forze populiste di destra, conservatrici o autoritarie, troveranno il modo di rispondere alla domande di un paese in ansia e occuperanno presto lo spazio politico che si è aperto e che ora è ben visibile, qualunque marchingegno elettorale si inventi.”

Non esiste sconfitta, o si vince o si impara. Amava ripetere il campione di arti marziali Carlos Gracie. Vincere non abbiamo decisamente vinto, ora sta a noi dimostrare che abbiamo imparato dai nostri errori e dalle nostre sottovalutazioni. O la sconfitta più grande, temo, sia la prossima.


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