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28
Set

Il coraggio di cambiare il PD per cambiare l’Italia

Serve il coraggio di liberarsi dei pesi morti, abbandonare le proprie zavorre, perché il PD non decolla proprio a causa di alcuni vecchi arnesi che sono rimasti indietro e trattengono anche chi ha lo sguardo rivolto avanti.

Non si possono continuare a dare risposte vecchie con volti consumati ad una società nuova con problemi differenti. E’ una questione di credibilità per noi e di amore verso il nostro popolo, serve il coraggio di cambiare e la generosità di fare un passo indietro da parte di alcuni.

A quanto pare anche nel PD non è tutto da buttare come vorrebbero farci credere. Ci sono persone preparate e capaci, volti che funzionano, cervelli che formulano idee. Assolutamente da vedere con attenzione il breve video di Current.tv

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L’ETERNO RITORNO DELL’USATO: I giovani in panchina, il potere agli intramontabili

C’è stato qualcosa di desolante nell’esibizione della nazionale di calcio italiana in Sudafrica, qualcosa che andava oltre la squadra stessa, la sua assenza di gioco e di carattere. Era un particolare difficile da cogliere a prima vista, come un riflesso: il riflesso del Paese. Mai come stavolta: questa è l’Italia. Lo dimostrano sei indizi, sufficienti come noto a costituire non una ma due prove.

Primo: la leadership. Lippi. Il problema non è tanto lui, che ha (avuto) incontestabili meriti. È il bis che va aggiunto accanto al suo nome, dopo un trattino. Il problema è il Lippi-bis. È quell’eterno ritorno all’usato presunto sicuro che fa dell’Italia un Paese di zombie con il biglietto a due tratte. Non a volte, ma sempre ritornano. Lo si scrisse all’indomani del reincarico al ct, annusando l’odore di naftalina infernale sprigionato ogni volta che riapparivano Andreotti, Fanfani o Rumor, che Berlusconi succedeva a Prodi o viceversa. Ma anche, per non far della politica l’unico tristo termine di paragone, quando il sabato sera televisivo veniva riaffidato alla Carrà, il Tg1 ad Albino Longhi (anche se ogni sera alle 8 ora vien da augurarselo), il Festival di Sanremo oscillava (e oscilla) tra i poli dell’eterna diarchia Baudo-Bonolis.

Fu facile profezia accostare il Lippi bis al Rutelli bis, disposto dai vertici, rigettato dai fatti (e anche lì, che il presente consenta rimpianti non vale come giustificazione). Eppure, mentre con Lippi prepariamo la valigia, sul pd si riallunga l’ombra di D’Alema e per il Festival di Sanremo non si esclude una co-conduzione di Pippo Baudo.

congresso-pciSecondo: la gerontocrazia. Ci sono ragazzini che dalla nascita hanno visto Cannavaro in nazionale. Fino a due anni fa se ne capiva il motivo. Ora, a parte un’ultima partita che gli consenta di battere il record di Maldini (ritiratosi a quarant’anni con le ginocchia sbriciolate), non più. Ma tant’è: meriti acquisiti. Sembra che in Italia la regola di anzianità per l’eleggibilità del capo dello Stato si applichi a qualunque ruolo di responsabilità. Non si spiega altrimenti perché la nomina di un quarantenne a una direzione divenga una notizia, perché scrittori in quella fascia d’età siano considerati “giovani”, “promettenti”. Tempo addietro venne fondato un movimento che predicava l’abbandono delle cariche dopo i sessant’anni. A parte l’entusiasta adesione di qualche over 60 e un festoso raduno, non se n’è più saputo nulla. I papà dei fondatori li avranno sgridati. Lo spostamento della linea del tramonto ha spostato pure quella dell’alba. Abitiamo in un fuso orario dove si comincia tardi e non si finisce mai, benché l’ora, quella legale, sia scoccata da tempo.

Terzo: l’affidabilità preferita al talento. La nazionale è venuta in Sudafrica con Camoranesi invece di Cassano. Può sembrare irrilevante, se in ogni settore della vita italiana non ci fosse un Cassano sacrificato a un Camoranesi. Emendare la giovanile tracotanza a poco serve. L’estro spaventa, richiede uno sforzo ulteriore di gestione, va incanalato, supportato. Genera picchi: meglio una linea costante. Proprio su queste pagine, pochi mesi fa, pubblicammo l’esito di una ricerca della London School of Economics secondo cui la selezione dei manager nelle imprese italiane avviene prevalentemente in base alle relazioni personali e non al curriculum. E una volta entrati in azienda la loro carriera è determinata dalla fedeltà alla proprietà assai più che dai risultati ottenuti. È quel che Lippi chiama il “gruppo”, a cui attribuisce con uno slancio evocativo uno “spirito”. Tradotto: gente che fa quel che gli si dice e non crea rogne. Poco importa se al fantacalcio, ai cui valori dovrebbero essere delegate le convocazioni, Cassano è più pregiato di Camoranesi. Ogni volta che in Italia cambia il vertice di una società si sposta un blocco di dirigenti. Più affidabili. Il cavalier Calisto Tanzi aveva un suo bel gruppo, con tanto di spirito. Tutti ragionieri di Collecchio, tutti devoti a lui e all’azienda. Magari non eccelsi nei risultati e un po’ trafficoni, ma che importa? Poi si è aperto il buco. La crepa è cominciata all’estero. Dove? Brasile.

segreteria-pciQuarto: la mancanza del senso di responsabilità. A caldo Lippi ha avuto un riflesso condizionato: “Non meritavamo di più, ma il progetto va avanti così”. Due proposizioni inconciliabili. Se si merita di uscire in un girone con Stati Uniti ed Egitto, se si perde in quel modo con il Brasile il progetto deve ripartire da zero, o quasi. È già qualcosa non aver ceduto al complottismo (difficile far passare per montatura della stampa uno 0 a 3), non aver chiamato in causa la sfortuna o l’eredità della precedente gestione come fanno i ministri dell’economia quando i conti non tornano. E bene che Lippi si sia corretto al risveglio: “Ho capito, si cambia”. C’era bisogno di una figuraccia alla Confederations Cup? Viene in mente Veltroni, che perde in quel modo le elezioni poltiche, consegna Roma alla destra e si dimette dopo una sconfitta in Sardegna.

Quinto: l’alibi della storia. Ogni volta che l’Italia scende in campo i telecronisti di tutto il mondo, non solo nostrani, ricordano le quattro coppe del mondo vinte, soprattutto l’ultima, che rende la squadra campione in carica. Ma, come noto, la storia non fa gol. E non abita nel presente. Da Machiavelli a Gianni Letta il passo è, più che lungo, inconcepibile. Abbiamo avuto il Rinascimento, ma nella storia dell’arte contemporanea siamo un paragrafo. Chiamiamo filosofo Rocco Buttiglione. Per timore che siamo non rivalutati postumi come l’immenso Totò, tolleriamo Boldi o De Sica. Quando Roma si blocca nel traffico alle prime gocce di pioggia e si resta fermi a guardare dal finestrino le antiche mura coperte di scritte offensive il tassista prontamente ricorda: “La civiltà l’amo fondata noi”. Poi alza il volume di radio Tifo.

Sesto, ma non ultimo: l’etica. C’è una frase tormentone uscita dal raduno azzurro: “Noi non giochiamo bene, non facciamo calcio champagne. Non vogliamo essere la Spagna”. Perché? Preferite essere furbi che bravi? Riuscire, non importa come? A guardarsi intorno parrebbe proprio di sì. Il punto è che, alla lunga, il metodo non paga. Che la Spagna a cui si rinfacciava di non aver mai superato un quarto di finale ha vinto l’Europeo e qui è in semifinale, l’Italia no. Domani è un altro giorno e si ricomincia: da Lippi bis e Berlusconi ter. Il ciak lo dà Gianluigi Rondi.