Rottamare le organizzazioni politiche giovanili?

Come nel resto d’Europa, anche nel nostro paese le “giovanili di partito” non godono di buona salute, nonostante l’impegno profuso dallo zoccolo duro e più motivato dei loro rispettivi tesserati.

Il tema è stato affrontato anche sul Sole 24 Ore in un articolo di Francesco Costa dal titolo provocatorio “Rottamiamo le giovanili dei partiti”. Per Costa “la chiusura dei giovani che fanno politica in un compartimento stagno annulla il loro contributo al rinnovamento del partito: delle sue persone e delle sue idee. Invece che a fare politica in campo aperto, misurandosi con contesti impegnativi, incidendo sugli equilibri esistenti e mettendoli in discussione, i giovani sono invitati a fare “le riunioni dei giovani” e “le iniziative dei giovani”, a non disturbare il manovratore e costruirsi il loro personale ceto politico, la loro piramide di incarichi inutili e organismi pletorici. Le organizzazioni giovanili di partito non sono un male di per sé, naturalmente: spesso sono anzi posti dove è possibile costruire esperienze, competenze, comunità, relazioni, dove trovare libertà politiche e percorrere strade che non sarebbe possibile ottenere nei partiti veri. Quelle libertà politiche, però, sono concesse dai vecchi ai giovani perché le loro conseguenze sono innocue”.

Eppure tutti i partiti di ogni schieramento hanno messo in piedi la loro organizzazione giovanile: si va da Forza Italia con un’organizzazione generazionale chiamata Giovane Italia, aperta a chi ha fino a 35 anni, forse la soglia di età più avanzata per una giovanile presente in Europa. Lo stesso vale per l’organizzazione della Lega, i Giovani Padani, il cui leader oggi ha 33 anni. L’organizzazione giovanile del Pd sono i Giovani Democratici, erede a suo modo di quelle della Margherita e dei Ds, e quindi naturalmente anche alla lontana della celebre Fgci: è aperta a chiunque abbia fino a 29 anni, anche se spesso i suoi dirigenti restano oltre quella soglia.

Con un tale florilegio di nomi e sigle si potrebbe pensare che la questione giovanile nel nostro paese non sia emergenziale: al contrario, proprio Costa sottolinea che “a fronte di una frequente inconsistenza politica, le attività preferite dalle organizzazioni giovanili di partito finiscono per essere spesso delle estenuanti battaglie personali e congressuali, anche in assenza di grandi differenze politiche. Lotte di potere senza il potere, che trovano giustificazione nella natura corporativa dell’organizzazione: così da una parte i giovani imparano a rispettare la fila, concetto che tornerà loro utile anche quando passeranno tra i grandi, dall’altra passano il tempo a lottare per diventare dirigenti delle organizzazioni giovanili, e in quanto tali destinatari degli spazi riservati pigramente dal partito ai giovani-in-quanto-giovani. Insomma, quello che dovrebbe essere utilizzato per garantire ai partiti delle inevitabili e fisiologiche ondate di rinnovamento è diventato un meccanismo del sistema che perpetua lo status quo. È quantomeno discutibile che un partito politico inviti i suoi aderenti che hanno 29, 33 o 35 anni a iscriversi al gruppo dei piccoli, a far parte di una specie di recinto dove stare con i coetanei senza rompere le scatole ai grandi.

Ed è un fatto che il partito con la più alta percentuale di elettori giovani, il MoVimento 5 Stelle, non abbia un’organizzazione giovanile. Bisognerebbe trarne seriamente delle conclusioni. Si tengano in piedi le associazioni studentesche e universitarie, che hanno un senso, e per il resto si stabilisca che un cittadino italiano che ha l’età per fare il deputato della Repubblica, il sindaco, il candidato premier, il genitore, l’insegnante o l’imprenditore, non possa che iscriversi al partito vero e fare politica nel partito vero. Per il bene del partito vero, oltre che per il suo.”

Una provocazione degna di nota e che, in altri tempi, sarebbe stata improponibile se non addirittura impensabile perché le organizzazioni giovanili rappresentavano non solo un percorso di formazione personale, ma anche un vivaio utile alla selezione della futura classe dirigente.

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